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La Provincia di Piacenza

il contesto storico del territorio

La provincia di Piacenza ha 265.000 abitanti, di cui 48% maschi e 52% femmine. Gli immigrati rappresentano il 4,2% della popolazione totale. Fa parte della regione Emilia-Romagna ed ha Piacenza come capoluogo.La Provincia di Piacenza si estende nella Pianura Padana a sud del fiume Po, nella parte occidentale della regione Emilia Romagna. A sud confina con la provincia di Genova (Liguria) tramite l'Appennino Ligure; mentre confina a nord con le province di Lodi e di Cremona (Lombardia), ad ovest con le province di Pavia (Lombardia) ed Alessandria (Piemonte) e a est con la provincia di Parma. Il secondo fiume più importante dopo il Po è la Trebbia. I torrenti principali sono il Nure, il Tidone e l'Arda.
Anche se alcuni documenti attestano l'esistenza della città di Piacenza già in epoche preistoriche, la sua fondazione è datata 218 AC, anno in cui i Romani crearono (su preesistente insediamento celtico), sulla riva destra del Po, la prima e dunque più antica colonia romana, Placentia, avamposto militare contro le invasioni dei Galli. Grazie alle grandi opere (disboscamento, bonifica del territorio, costruzione della Via Emilia, arteria principale della Pianura Padana) realizzate dai coloni romani che vi si stabiliscono, Piacenza diviene in breve tempo una città sempre più importante, centro del sistema viario romano, tanto che lo stesso Giulio Cesare fissa qui, per un breve periodo, il suo quartier generale.

Devastata durante le invasioni barbariche, la città subisce le dominazioni bizantina e gotica, per divenire dapprima capoluogo di un ducato longobardo e, in conseguenza all'avvento dirompente del Cristianesimo, dominio dei vescovi. L'anno mille rappresenta anche per Piacenza un momento di sviluppo demografico, sociale ed economico, in cui la città, grazie alla sua posizione strategica, assume un ruolo di primo piano per il traffico di merci e di uomini. Diventata nel 1126 un libero comune, conosce in questi anni il suo massimo splendore, che culmina nell'adesione alla Lega Lombarda e nella sconfitta del Barbarossa, sancita dalla Pace di Costanza del 1183.

Con la crisi delle istituzioni comunali, Piacenza diventa il terreno di scontro delle più facoltose famiglie della città, che si fronteggiano per assumerne la guida. In questo travagliato periodo si susseguono al potere numerose dinastie, gli Scotti, i Pallavicino, gli Scoto, i Visconti e gli Sforza.I Farnese a Piacenza Dopo numerosi anni di scontri e diatribe fra Stato e Chiesa, la città diviene, insieme a Parma, territorio della Chiesa. Con il nuovo nome di Ducato di Parma e Piacenza, viene assegnata ai Farnese, che ne restano regnanti per quasi due secoli.

I Borbone a Piacenza e la sconfitta di Napoleone
All'estinzione della nobile casata dei Farnese, segue un periodo burrascoso ed incerto in cui, in diciotto anni, si susseguono sei governi, periodo che si conclude solamente quando il trono passa nelle mani dei Borbone di Spagna. Dopo cinquant'anni di relativa tranquillità, la città viene conquistata dalle armate di Napoleone. In tale periodo vengono avviate importanti riforme e l'intera provincia viene annessa all'impero napoleonico integralmente. La dominazione francese dura solo quattordici anni, fino alla sconfitta del Bonaparte ed al Congresso di Vienna del 1814, che sancisce un nuovo assetto politico e territoriale europeo.

Maria Luigia d'Austria
In questa nuova Europa, il ducato di Parma e Piacenza viene assegnato a Maria Luigia d'Austria. Sovrana molto amata dai suoi sudditi, Maria Luigia riesce a valorizzare Piacenza dal punto di vista culturale ed artistico, come nessun altro aveva fatto. Alla sua morte Piacenza chiede ed ottiene, prima fra tutte le città, l'annessione al Piemonte, guadagnandosi per questo il titolo di "Primogenita".

L'affrancamento dall'Austria
Dopo la sconfitta di Custoza, la città cade nuovamente sotto la dominazione austriaca che, caratterizzata da una forte repressione nei confronti dei patrioti, crea profondi malcontenti fra la popolazione e sfocia nella seconda guerra di indipendenza. Questo scontro significherà per Piacenza l'affrancamento dall'Austria e l'annessione al regno sardo, poi regno d'Italia.

La nascita industriale
Negli anni immediatamente successivi, la città rimane esclusa dal processo di sviluppo economico che coinvolge molti centri italiani e solo verso la fine del XIX secolo cominciano a nascere anche qui le prime sporadiche realtà industriali, e si fa presto strada un nuovo soggetto sociale, il ceto operaio; da questo momento, Piacenza diventa parte attiva del processo di sviluppo economico che sta travolgendo l'intero Paese e anche qui inizia a godere di un nuovo benessere, mai conosciuto prima.

La Grande Guerra
Se la prima guerra mondiale porta a Piacenza, sede di un importante stabilimento bellico, ricchezza e lavoro, il prezzo che la provincia deve pagare per questa nuova prosperità è rappresentato dal sacrificio dei numerosi soldati caduti in battaglia.

Il Fascismo a Piacenza
Gli anni successivi, caratterizzati dal regime fascista, non portano alla città significativi cambiamenti nel sistema economico, ma fra la popolazione cresce il malcontento per la difficile situazione sociale, fortissima è la presenza di brigate partigiane.

Il Dopoguerra
L'eccezionale ripresa economica che Piacenza conosce negli anni Cinquanta, porta la città a godere di uno sviluppo industriale senza precedenti nel campo dell'agricoltura e dei trasporti, di un significativo aumento demografico e del boom urbanistico che ne consegue.

La zona della provincia più conservatrice per quanto riguarda il folklore è l'area dell'Appennino, cioè quella rimasta più isolata da certe influenze esterne e dalla modernità. Il patrimonio delle tradizioni di buona parte dell'Appennino Piacentino è riconducibile a quello dell'area delle quattro province. Con questo nome si definisce un territorio prevalentemente montuoso suddiviso amministrativamente tra le province di ben quattro regioni distinte: Genova (Liguria), Piacenza (Emilia-Romagna), Pavia (Lombardia) e Alessandria (Piemonte), dove la gente ha mantenuto per secoli usi e costumi molto simili. Ciò è evidente soprattutto per quanto riguarda la musica, i balli e le feste popolari. Le alte valli piacentine comprese in questo territorio sono la Val Trebbia, la Val Tidone, la Val d'Aveto e, soprattutto, la Val Boreca, mentre la Val Nure risente in maniera minore di questo patrimonio e la Val d'Arda ne è esclusa.


La musica dell’Appennino Piacentino, in particolare nell’area delle Quattro Province, è tradizionalmente eseguita con piffero dell’Appennino, musa (anche detta piva, soprattutto in Val Nure) e fisarmonica. Il clarinetto è quasi del tutto sparito negli ultimi decenni. La musa, una cornamusa appenninica ad un solo bordone, è forse lo strumento più caratteristico e che attira le maggiori curiosità. Al giorno d’oggi vi sono solo un paio di costruttori e anche i suonatori sono rimasti in pochi. Lo strumento cadde in disuso ad inizio del XX secolo, soppiantata dalla più moderna fisarmonica. Negli ultimi anni è ricomparsa ed è tornata ad accompagnare il piffero, unendosi addirittura alla fisarmonica. E’ possibile ascoltare i suonatori di questi strumenti alle feste da ballo nei paesi e nelle frazioni dell’Appennino Piacentino (o in quelli delle tre province limitrofe) o in alcuni festival folkloristici che si tengono in estate.

In occasione di sagre, feste del patrono, festival folkloristici, celebrazioni della Pasqua o del Carnevale è possibile assistere all’esibizione degli strumenti tipici che eseguono musiche da ballo come la giga (a due o a quattro), la monferrina o l’alessandrina. Esisteva un tempo anche la bisagna, danza scomparsa recentemente ricostruita nel comune di Ferriere. Qualcuno l’ha ricordata come un ballo eseguito coi bastoni (come il morris celtico), dopo che per anni era riproposta solo come musica per piffero essendo andati perduti i passi. Altre fonti non citano l’uso dei bastoni. Curioso è il bal dal frì o bal dal ferì (ballo del ferito), un ballo di gruppo in forma ludica.

Ogni paese, ma anche la città di Piacenza, festeggia ancora il proprio patrono. Il rituale con la celebrazione sacra, le bancherelle del mercato, gli stand gastronomici o i pranzi in cui vengono portati in tavola i piatti tipici è quello di sempre. Spesso si assiste alla messa in scena di commedie in dialetto piacentino che, negli ultimi anni, sembrano suscitare anche l’interesse dei più giovani. In alcuni centri, come a Ponte dell'Olio, in occasione della festa del patrono si tiene una fiera che è il ricordo di mostre del bestiame allestite alcuni secoli fa (particolarmente importante nel passato era appunto quella del paese appena citato). Sull’Appennino è possibile ancora assistere alle celebrazioni di feste legate al ritorno della primavera. Si tratta del calendimaggio, una festa di natura pagana di probabile origine celtica (forse collegata a Beltaine) diffusa in quasi tutta l’Europa. Al giorno d’oggi in Italia sopravvive in zone montane sia degli Appennini che delle Alpi. Sull’Appennino Piacentino è noto anche come Carlin di Maggio, ma sui monti della Val Tidone è celebrato come festa d’ la galëina grisa (festa della gallina grigia). Il calendimaggio generalmente si svolge la sera del 30 aprile.

La gastronomia piacentina vanta di diversi piatti tipici che col tempo sono diventati molto noti anche al di fuori della provincia stessa, come i pisarei e fasö e i tortelli alla piacentina (chiusi con delle "code" secondo l'abitudine cittadina, quadrati in provincia). Un baluardo della gastronomia piacentina sono i salumi dei quali i tre più famosi, contrassegnati dal marchio D.O.P., sono il salame piacentino, la coppa piacentina e la pancetta piacentina. Salumi non D.O.P. sono la mariola (grosso e corto salame), il salame gentile e il lardo che, pestato (pistä d' gras), viene anche usato come ingrediente in diversi piatti. Essi costituiscono un immancabile antipasto, ma altri celebri sono il salame cotto, i ciccioli (chimati graséi in piacentino), la bortellina (burtlëina in piacentino) della Val Nure, Val Trebbia e Val Tidone (sorta di frittella di farina, accompagnata coi salumi o coi formaggi), il chisulén o torta fritta (tipica di solo di alcuni comuni della Bassa Val d'Arda, ma comunissima in altre province d'Emilia a volte col nome di gnocco fritto) sempre in abbinamento coi salumi, il batarö (focaccina della Val Tidone), la polenta fritta e la gustosa torta di patate della montagna.

Le salse più note sono la salsa di noci e il pesto di matrice ligure sull'Appennino (zona che ha sempre risentito dell'influenza di Genova e della Liguria), la salsa di prezzemolo e la salsa di fegatini alla Farnese. Tra i primi piatti vi sono i già citati pisarei e fasö (gnocchetti freschi con condimento di fagioli) e tortelli alla piacentina, gli anolini o anvëin (pasta fresca con ripieno di carne) in brodo, gli anolini all'uso di Castell'Arquato e della Val d'Arda (variante di quelli appena citati), i panzerotti alla piacentina (cilindretti di pasta fresca al forno ripieni di ricotta, bietole e grana padano), i tortelli di zucca (differenti da quelli di Mantova e Cremona), i tortelli di castagne tipici della montagna, i malfatti di Bobbio, i maccheroni fatti con l'ago da calza (macaron cun l'agùcia) di Bobbio, le mezze maniche dei frati (sorta di grossi maccheroni ripieni), le tagliatelle o le trofie con salsa di noci tipiche della montagna e della Liguria, il risotto alla Primogenita, il risotto coi funghi, il riso e verza (con costine di maiale), il risotto coi fegatini, il risotto coi codini di maiale.

Comunissimi tra i secondi sono l'anatra e la faraona arrosto, la pìcula d' caval (pìcula di cavallo), lo stracotto d'asina, la bomba di riso di Bobbio, le lumache di Bobbio, il tasto o tasca (punta di vitello ripiena) variante della cima ligure che è di casa sull'Appennino Piacentino, la delicata anguilla in umido, l'anguilla marinata nota come burattino o büratëin e, tra i più poveri, il merluzzo in umido e la famosa polenta disponibile in tantissime varianti. I formaggi D.O.P. sono il Grana Padano conosciuto in tutto il mondo e il Provolone Val Padana, ma in montagna vengono ancora prodotti formaggi con latte di pecora, capra e vacca (famoso quello da cui escono i vermi saltaréi). Non esiste una grande tradizione dolciaria, comunque i dessert non mancano: i turtlìt (tortelli dolci), le crostate, il latte in piedi, il buslàn (ciambella) e i buslanëin (ciambelline) e la spongata molto comune in Val d'Arda, una torta probabilmente di origine ebraica diffusa anche in provincia di Parma. Comunissima sulle tavole del Piacentino, così come in altre zone della Lombardia e dell'Emilia, è la torta sbrisulona nata però a Mantova. Come si nota da questo lungo elenco di ricette della provincia, un riconoscimento va al paese di Bobbio che può vantare un buon numero di ricette locali, se non una propria cucina.


Molto diffusa nel piacentino è anche la viticoltura (ci sono documentazioni che affermano la conoscenza della vite nel Piacentino tra il 2000 e il 700 AC), che apporta alla provincia di Piacenza, vasta notorietà nel campo dell'enologia. Infatti diversi sono i vini prodotti sui colli piacentini, tra i quali vini bianchi come: Malvasia, Ortugo, Trebbianino Val Trebbia; e vini rossi come: Bonarda, Gutturnio e Barbera, e altri ancora, che hanno ottenuto il riconoscimento di Vini DOC. I vini DOC del Consorzio Colli Piacentini sono ben 21: Gutturnio, Gutturnio Classico, Gutturnio Superiore, Gutturnio Riserva, Barbera, Bonarda, Bonarda Spumante, Cabernet Sauvignon, Pinot Nero, Ortrugo, Trebbianino Val Trebbia, Monterosso Val d'Arda, Malvasia, Sauvignon, Val Nure, Chardonnay, Pinot Grigio, Pinot V.S.Q.P.R.D., Vin Santo, Vin Santo di Vigoleno, Novello.



pubblicazione: 06/12/2005

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Storia
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