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Annibale rese rosse le acque del Trebbia

La ricostruzione dello scontro tra Romani e Cartaginesi

Di GIORGIO ZANETTI - tratto da Libertà

L'indomani si sarebbe dovuto celebrare "natale", quello pagano naturalmente, perchè quello cristiano non era ancora stato immaginato. Siamo infatti al 24 dicembre dell'anno 218 a. C.
Ma delle baldorie a cui di solito si davano i Romani durante le festività dette "Saturnalia", variamente dal 17 al 25 dicembre, manco si sognavano. Eppure era una festa importante quella del "dies natalis solis invicti"(giorno della nascita del sole invincibile), in cui si celebrava la rinascita del sole, che dopo il solstizio invernale dei giorni precedenti, ricominciava la sua ascesa all'orizzonte. Una festa, insomma, di stravagante baldoria, rinnovamento e speranza per il futuro, ma in quel giorno, tra i milites (soldati) romani, c'era del tutto fuorchè gioia e speranza nel futuro, almeno per quello immediato.

La colpa era della precipitosa ritirata della settimana precedente, da Lomello, situata ad una trentina di chilometri all'ovest dell'odierna Pavia, per trovar rifugio sulle prime colline al sud di Piacenza. Ritirata che non era stata facile perchè effetutata di notte e con la formidabile cavalleria dei Numidi di Annibale alle calcagna.
Lo stesso comandante della legione romana, Publio Cornelio Scipione, era caduto da cavallo e ferito gravemente durante l'inaspettata e furiosa battaglia; avrebbe avuto peggior sorte se il suo ancor giovanissimo figlio non lo avesse soccorso salvandogli così la vita. Passati alcuni anni, sarà proprio questo stesso figlio a sconfiggere i Cartaginesi acquistandosi il titolo di "Africano".
La ritirata dei Romani da Lomello durò un paio di giorni. Dopo aver attraversato il Po su di un ponte di zattere, i legionari si accamparono sulle prime colline ad una giornata di marcia al sud di Piacenza, sulla riva destra del fiume Trebbia non troppo lontano dalla sua confluenza con il Po. All'appello mancavano però oltre 600 soldati, uccisi o fatti prigionieri, e alcuni reparti formati dai Galli, che avendo visto come andavano le cose, decisero di disertare le file romane per unirsi al contingente dei Cartaginesi.
Scipione aveva già avuto modo di conoscere la furia delle truppe di Annibale, specialmente quella della cavalleria, nel suo primo tentativo di arrestarne l'avanzata al Rodano alcuni mesi prima. In quella schermaglia Scipione aveva avuto la meglio, ma quando arrivò con il
suo esercito con l'idea di affrontarlo con forza risolutiva, Annibale aveva già alzato le tende e iniziato la storica attraversata delle Alpi. Il senato romano aveva quindi deciso di incaricare di nuovo il console Scipione e fermare l'avanzata Cartaginese verso Roma, questa volta nella pianura della Gallia Cisalpina.
I Cartaginesi intanto avanzavano metodicamente verso Piacenza, e visto che i Romani avevavno ormai distrutto il ponte di zattere, attraversarono il Po più a valle e risalere lungo la Val Trebbia, ma tenendosi sul lato opposto dei Romani, vale a dire sulle sponda sinistra del fiume.
Piacenza era una nuova colonia romana, un avamposto fortificato contro le incursioni dei Galli, costruita appena 7 mesi prima, alla fine di maggio del 218 a.C. Figurarsi quindi la paura dei 6 mila Romani, che abitavano dentro le mura, nel sentire le notizie che circolavano. Forse anche per loro le feste saturnali non avevano tanto importanza, almeno per quell'anno.
Scipione, che con le sue due legioni, vale a dire un 20 mila uomini inclusi i circa 2 mila cavalieri contro i 14 mila Cartaginesi e ben 5 mila soldati a cavallo ed una quindicina di elefanti, temporeggiava in attesa di rinforzi da Roma. Si era ancora verso la metà di dicembre e quindi la temperatura tendeva a diminuire sempre di più, e con l'umidità e di consegeunza la presenza della nebbia, non rendeva la situazione troppo allegra. Il suo spirito si sollevò quando fu informato che Tiberio Sempronio Longo, l'altro console eletto dal senato romano, era in arrivo con altre due legioni, proveniente dalla Sicilia. Sempronio, insieme ai suoi 20 mila uomini, impiegò quaranta giorni da Messina a Rimini e pochi altri per finalmente arrivare a Piacenza ed unirsi con i soldati di Scipione.
Sempronio, al contrario di Scipione, era impaziente e non voleva perdere tempo e aspettare il momento opportuno per attaccare i Cartaginesi. A nulla valsero gli argomenti del più esperto Scipione, che gli spiegava l'accortezza delle manovre di Annibale e la furia degli attacchi dei cavalieri Numidi. Sempronio, fresco di vittorie nel sud d'Italia, si spazientiva dal fatto che nel frattempo i Cartaginesi continuavano indisturbati a far razzie nella campagna intorno a Piacenza, mentre i soldati Romani eran lì ad aspettar chissà che cosa. No, lui voleva risolvere il problema di Annibale una volta per tutte, e poter così ritornare a Roma trionfante.
Annibale intanto era riuscito a far buone provvisioni per suoi uomini senza troppi problemi, specie quando, dopo aver offerta la modica somma di 400 mummi d'oro a Dasio, comandante della guarnigione romana di Casteggio, ebbe accesso ai loro vasti magazzini di viveri che sarebbero dovuti andare invece alle truppe romane. In compenso Annibale dimostrò magnaminità verso la popolazione di Casteggio risparmiando la loro vita.
Perlustrando poi i luoghi intorno all'accampamento, Annibale aveva osservato che, in quella zona, il greto del fiume Trebbia era alquanto largo e formava numerosi isolotti, larghi e piccoli, coperti da arbusti, alberelli e varia vegetazione.
E siamo alla vigilia di "natale". Sulle vicine montagne la neve era incominciata il giorno prima. Il cielo grigio e la foschia rendevano il paesaggio malinconico. Poi iniziò la pioggia anche a valle, spesso intensa e mischiata di nevischio, trascinando la temperatura verso lo zero. Le acque torbide del Trebbia si alzavano di continuo. L'inverno era arrivato. Il momento di un confronto militare diretto tra i due eserciti sembrava inopportuno e lontano.
Con l'arrivo delle due legioni di Sempronio i Romani potevano ora contare su 40 mila uomini; però anche i Cartaginesi, dopo un elevato afflusso di tribù della Gallia Cisalpina nei loro ranghi erano arrivati sui 30 mila o poco più. I due eserciti erano più o meno di uguale forza, ma con una grande differenza. La differenza era che Annibale ora aveva a sua disposizione un diecimila cavalieri contro i meno di cinquemila dei Romani.
La notte della "vigilia"passò tranquilla ma con temperature polari e una pioggia insistente. Scipione era calmo perchè tra lui ed il nemico c'era il Trebbia le cui acque minacciose e veloci precludevano, almeno secondo il buon senso, un attacco di sorpresa. Spiegò poi a Sempronio che la miglior tattica sarebbe stata di lasciare prima avanzare i Cartaginesi, cosicchè avrebbero dovuto attraversare il fiume, facilitandone l'attacco e farne strage. Sempronio ascoltava, distrattamente; non era convinto. Vedeva che Scipione non aveva ancora ricuperato pienamente le forze, rendendolo debole di corpo e di spirito. D'altronde non condivideva la tattica circospetta del collega ed il suo continuo prorogare; era convinto ormai che spettava a lui di prender l'iniziativa e naturalmente l'onore della vittoria finale.
Arrivò così il giorno fatidico del 25 dicembre, chiamato più esattamente l'ottavo giorno avanti il primo di gennaio, dal modo in cui i Romani contavano i giorni del mese. Prima ancora che si levasse il sole, Annibale diede ordine che tutti gli uomi fossero sufficientemente rifocillati, e di tenersi al caldo attorno ai fuochi accesi; inoltre fece distribuire dei recipienti d'olio con cui ognuno doveva spalmarsi il corpo per combattere il freddo e la pioggia e mantenere i muscoli flessibili. Chiamò poi suo fratello Magone, capo della cavalleria Numida, e lo portò al di fuori dell'accampamento e gli additò un grande isolotto, più a monte e situato quasi sull'altra sponda. Gli disse di scegliere cento dei migliori cavalieri e poi ciascuno di loro avrebbero scelti altri 9; lo stesso doveva fare con cento dei migliori soldati. Una volta formato il gruppo, vale a dire mille cavalieri e mille fanti, li doveva condurre di sotterfugio sull'isolotto indicatogli prima, rimanere nascosti lì tra i cespugli, e aspettare il suo segnale.
Poi Annibale comandò a qualche centinaio di cavalieri di scendere nel fiume, attraversarlo, salire sulla sponda opposta e molestare i Romani, lanciando giavellotti alle guardie e a far un gran fracasso per creare confusione. Il nostro caro Sempronio osservò per un pò di tempo tutto questo via vai, ma stuzzicato nell'orgoglio, non tollerò troppo a lungo questo tipo di beffa perpetrata da tali scellerati e decise di inviare fuori dal campo la sua cavalleria. I Numidi incominciarono allora a ritirarsi verso il fiume, ma senza troppa fretta. Sempronio, convinto che la situazione maturava in suo favore, mandò fuori le fanterie leggere. Il combattimento diventava sempre più furioso e numeroso, e pian piano sembrava che i Numidi vacillassero all'assalto ritirandosi nel greto del fiume e sempre di più verso il loro accampamento. E più i Cartaginesi si ritiravano più Romani uscivano dal loro campo a dar man forte ai primi. Per incalzare il nemico erano entrati nel fiume quando ormai l'acqua arrivava al loro petto.
Al contrario dei Cartaginesi, i Romani erano impreparati per tale situazione, senza aver mangiato, infreddoliti, avevan le mani intirizzite dal freddo. Naturalmente parecchi erano portati via dalla forte corrente, altri affodavano quando il terreno sotto i piedi mancava d'improvviso, tuttavia il grosso dei primi entrati in battaglia erano arrivati sull'altra sponda. Adesso però il problema era la cavalleria dei Numidi che invece di continuare la ritirata fece un repentino dietrofront attaccando con ferocia i poveri Romani che, come scrisse lo storico Livio, "avevano appena la forza di tenere l'arma in mano". E Sempronio? Sempronio, visto che metà dell'esercito romano era uscito fuori dal campo, anzi era sulla sponda opposta, per incalzare ancor di più il nemico, e pensando forse di dargli il colpo di grazia, diede ordine all'altra metà delle legioni di raggiungere la sponda opposta. La manovra della trappola era inesorabilmente scattata.
Fu allora che Annibale diede ordine ai suoi uomini di prepararsi all'attacco avanzando verso il fiume; ma lui sapeva già che non avrebbe dovuto attraversarlo perchè metà dell'esercito Romano lo avevano già fatto e l'altra metà era in punto di farlo. I suoi erano sazi, asciutti e freschi, il nemico era a pancia vuota, bagnato e stanco morto. Annibale impiegò subito il resto della cavalleria che investì le ali dello schieramento romano con una violenza assoluta. Al centro della battaglia, la formazione romana restava però ben compatta, e riusciva pian piano a sfondare contro i Galli di Annibale. Per rafforzare i Galli, Annibale mise in azione i frombolieri delle Baleari che lanciarono una pioggia di pietre e giavellotti sui legionari; poi arrivarono gli elefanti che si spinsero proprio nel bel mezzo della battaglia. Il loro impatto però non fu troppo grande o di lunga durata perchè i Romani avevano imparato che infilzando le loro lance nella parte sotto la coda dove la pelle era meno dura, i pachidermi andavano fuori controllo per il dolore.
Per il colpo finale Annibale diede il segnale a Magone e ai suoi due mila uomini, che si erano tenuti in agguato fino allora, di entrare nello scompiglio, attaccando freschi nel corpo e nello spirito con effetto terrifiante.
I Romani, nonostante la loro precaria situazione, riuscivano ancora a tener il centro dello schieramneto sotto il loro controllo, ma nel pomeriggio ormai inoltrato, con Magone alle spalle dei legionari e con la forza completa della cavalleria Cartaginese, che aveva da poco sterminato le due ali romane, l'esito della battaglia maturava ormai in favore di Annibale. I Romani erano in effetti circondati, caduti nella trappola preparata da Annibale. In un ultimo disperato sforzo diecimila di loro riuscirono a rompere finalmente la tenaglia, dirigendosi in linea diretta verso Piacenza e trovar rifugio entro le mura. I Cartaginesi, sebbene vittoriosi, ma anche loro stanchi e bagnati dall'insistente pioggia, non avevano forza di inseguirli e ritornarono nel loro accampamento. Ormai era notte inoltrata.
Tra morti, feriti e prigionieri, i Romani avevano perso tra i 15 e 20 mila uomini; per fortuna che le riserve, restate nell'accampamento insieme al sofferente Scipione, avevano potuto raggiungere Piacenza il giorno seguente, dopo aver atrraversato il Trebbia più a valle, continuando poi verso Cremona. Non esiste un numero specifico sulle perdite dei Cartaginesi, ma erano molto di meno di quelli dei Romani e la maggior parte erano nei ranghi degli sfortunati Galli.
Questa fu una pesante sconfitta per i Romani e una grande vittoria per Annibale che potè rinforzare ancor di più lo schieramento del suo esercito con quasi tutte le altre tribù della Gallia Cisalpina. Ma nel frattempo a Roma gli abitanti, spensierati, avevano potuto festeggiare e far baldoria durante i giorni delle " Saturnalia " credendo che il problema di Annibale sarebbe stato risolto una volta per tutte sulle rive del Trebbia. Ora però la notizia inaspettata della sconfitta dei due consoli creò panico nella popolazione della capitale.
Immaginiamo, per un attimo, lo spettacolo, per così dire, di decine di migliaia di uomini bagnati e sporchi di fango, a piedi o a cavallo o sugli elefanti, il suono acuto dei buccini, le grida nelle varie lingue sconosciute dei soldati tuffati nei frenetici e disperati corpo a corpo, il galoppo sfrenato della cavalleria, i nitriti sgomentati dei cavalli feriti e le grida laceranti degli elefanti trafitti, il riecheggio metallico di spade contro spade, l'urlo sfiatato dei moribondi prostrati nella poltiglia di limo e di sangue, il tutto avvolto nella gelida e penetrante nebbia riverberante di ombre nella fievole luce delle fiaccole; a pensarci bene, deve essere stato sconvolgente. E lo è ancora.


pubblicazione: 07/12/2005


Busto bronzeo di Annibale

Annibale a dorso di elefante
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fonte: Libertà (12/01/2004)
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